giovedì 9 dicembre 2010

diritto costituzionale

Oggi ho partecipato a una lezione di diritto costituzionale all'Università di Bergamo. 
Ho preso un po' di appunti, eccoli:


La Corte Costituzionale giudica (art. 134):
  • Sulla costituzionalità delle leggi;
  • Sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e tra Stato e Regione o Regione e Regione;
  • Ammissibilità referendum;
  • Accuse nei confronti del Presidente della Repubblica.
Accuse nei confronti del Presidente della Repubblica.
Oltre ai quindici giudici ordinari (art 135.1) che compongono la Corte Costituzionale ce ne sono altri 16 che intervengono “nei giudizi d'accusa contro il Presidente della Repubblica” (art. 90). I sedici membri sono “tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l'eleggibilità a senatore [oltre i 40 anni; art. 58.2], che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari”.
Tuttavia non c'è mai stato nella storia della Repubblica Italiana un giudizio della Corte Costituzionale nei confronti del Presidente della Repubblica. Solo nel 1979/1980 ma nei confronti di due ministri accusati di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Perché allora, al contrario di oggi, i ministri erano tutelari come il Presidente della Repubblica. Ora è diverso grazie alla riforma dell'articolo 96 perché “il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”.
Esempio: ipotesi di reato di un ministro che non è né onorevole né senatore. Il Pm trasmette gli atti al Senato affinché si pronunci. Il Senato, invece di dare una motivazione valida per spiegare la causa del reato del ministro (ad esempio la ragion di stato, cioè il ministro ha commesso il reato per salvaguardare l'interesse o della costituzione o della nazione), nega l'autorizzazione con motivi futili. Cosa deve fare il Pm? Sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello stato.
I conflitti di attribuzione sono controversie fondate su norme costituzionali.
Esistono due tipi di conflitti:
  • Conflitti interorganici: fra poteri dello Stato;
  • Conflitti intersoggettivi: fra Stato e Regione o fra Regione e Regione.
I conflitti di attribuzione si possono manifestare in due forme:
  • Per usurpazione (vindicatio potestatis): quando un potere dello stato rivendica una potestà o un'attribuzione;
  • Per menomazione: quando un potere che agisce si lamenta di come ha agito un altro potere. Cioè quando un potere, esercitando male il suo potere, l'ha menomato.
Solitamente ci si lamenta per menomazione perché non si mai visto che un potere ne usurpi un altro in toto.
I Conflitti interorganici sono quelli tra i poteri dello Stato (Giudiziario, Esecutivo e Legislativo).
Esistono anche altri conflitti; tra ministri decide il Consiglio dei Ministri, tra giudici decide la Corte di Cassazione.
La Costituzione prevede anche altri poteri, oltre a quelli elencati da Montesquieu: il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale e il corpo elettorale (attraverso la democrazia diretta del referendum abrogativo, per il quale servono le firme di 500.000 elettori).
Nel conflitto di attribuzione servono il potere “ricorrente”, cioè quello che denuncia, e quello “resistente”, quello denunciato. Quindi ciascun potere deve avere un organo che viene giudicato per gli eventuali conflitti commessi dal potere medesimo.
Con l'articolo 37 della Legge 87/1953 si stabilisce che “il conflitto tra poteri dello Stato è risoluto dalla Corte costituzionale se insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali”.
I poteri organo sono:
  • Per il Legislativo, che è diviso in Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, il potere organo è rappresentato da tutte e due le camere.
  • Per l'Esecutivo, cioè il Governo, che è composto da Presidente del Consiglio e dal Consiglio dei Ministri, l'organo è il singolo ministro che risponde del suo dicastero.
  • Per il Giudiziario (definito ordine, non potere) l'organo è rappresentato da ogni singolo giudice.
    Perché non essendoci vertici, tutti coloro che lo compongono sono autonomi e quindi ogni singolo giudice può sollevare un conflitto di attribuzione.
I Conflitti intersoggettivi invece sono quelli tra Stato e Regione o tra Regione e Regione.
Le regole costituzionali sul riparto delle attribuzioni tra soggetti interni sono determinate dall'articolo 117 per la sfera legislativa, 118 per quella amministrativa e 116 per quella giudiziaria. 
La prima si scarta perché tratta di leggi e non di conflitti. La terza anche perché non esiste un ordinamento giudiziario regionale. Quindi riguarda solo la sfera amministrativa e le rispettive invasioni di campo.
Referendum abrogativi.
L'articolo 2 della Legge Costituzionale numero 1 del 1953 dice che spetta “alla Corte costituzionale giudicare se le richieste di referendum abrogativo presentate a norma dell'art. 75 della Costituzione siano ammissibili ai sensi del secondo comma dell'articolo stesso”.
L'art. 75 stabilisce che l'abrogazione può essere totale o parziale.
Un esempio di abrogazione totale è il caso del divorzio nel 1970. I partici laici si misero d'accordo e promulgarono una legge che sanciva il divorzio. In questo modo la Democrazia Cristiana, che rappresentava la maggioranza relativa, si ritrovò in minoranza. Allora la Dc nello stesso anno promulgò una legge (la 352/1970) che fece diventare operativo l'art. 75, cioè i referendum abrogativi. Perché fin ad allora l'art. 75 non era attuabile. La Dc lo fece perché era convinta che la maggior parte dell'elettorato, essendo cattolico, fosse contrario al divorzio. Quindi proposero un referendum abrogativo ma fallirono miseramente. Il divorzio non fu la causa dell'attuazione dell'art. 75, diciamo che fu la goccia che fece traboccare l'acqua dal vaso.
Il referendum abrogativo può essere indetto o da 500.000 elettori (esempio di democrazia diretta e attuazione dal basso) o da 5 Regioni.
Tuttavia alcuni leggi non possono essere abrogate (secondo il comma 2 dell'art. 75):
  • Leggi tributarie e di bilancio;
  • Amnistie e indulti;
  • Trattati internazionali;
  • Il mio blog (no scherzo).
Affinché un referendum sia valido deve parteciparvi il 50% più uno degli elettori e di questi il 50% più uno deve votare a favore dell'abrogazione. Quindi ci deve essere un doppio quorum.
La Legge 352 del 1970 sancisce che i referendum devono essere presentati dal primo gennaio al 30 settembre. Poi ci avvengono due fasi:
  • La Corte di Cassazione verifica la regolarità (ad esempio delle firme) ed ha tempo fino al 20 ottobre per pronunciarsi;
  • La Corte Costituzionale verifica l'ammissibilità del referendum secondo l'art. 75.
Esistono diverse condizioni di inammissibilità:
  • Esplicite: comma 2 articolo 75;
  • Implicite:
    Sentenza 16/1968 in cui sono indicate le altre leggi che non si possono modificare:
    • Articoli della Costituzione o leggi ordinari come i Patti Lateranensi. In quest'ultimo caso si parla di forza passiva peculiare, cioè ad esempio l'attuazione di un concordato. Infatti i Patti Lateranensi sono una legge ordinaria ma sono tutelati dall'art. 7 della Costituzione.
    • Leggi ordinarie ma a contenuto strettamente costituzionale (come la legge sull'aborto: bisogna tutelare la salute della madre se partorendo rischia la vita) o costituzionalmente obbligatorie (come i Tribunali Militari che non possono essere aboliti).
    • Infine il quesito del referendum deve essere omogeneo, avere una matrice unitaria ed essere razionalmente posto. Cioè il referendum non deve essere espressione di una corrente politica. Esempio: negli anni Settanta i Radicali proposero un referendum abrogativo di ben 94 leggi perché queste erano state promulgate durante il Ventennio e riguardavano reati di opinione. La Corte Costituzionale tuttavia dichiarò inammissibile il referendum perché era composto solamente da un quesito che chiedeva l'abrogazione in blocco di queste 94 leggi. Quindi avrebbero votato per l'abrogazione solo quegli elettori che si ritrovavano nelle idee e negli ideali dei Radicali. Avrebbero dovuto almeno fare una vantina di quesiti.