lunedì 14 marzo 2011

Il Medioevo ai tempi di Yara

L'articolo uscirà nel prossimo numero di Intervallo

“Sono favorevole alla pena di morte” e “riprendiamo e sfidiamo tutti, pena di morte x gli assassini raccolta di firme x fare referendum gli italiani sono con noi”. Chi l'ha scritto? La prima frase è di Alessandro Sorte, consigliere provinciale a Bergamo; la seconda è di Maurizio Testa, vicesindaco di Boltiere. Stiamo ovviamente parlando del presunto colpevole/i dell'uccisione di Yara Gambirasio.
La notizia potrebbe uscirvi dalle orecchie (a me era già uscita dopo una settimana), ma alcuni paletti vanno messi. Posso capire il sentimento di rabbia che vi pervade nello scoprire che è stata uccisa una ragazzina di tredici anni, però c'è modo e modo di reagire alla notizia. Due personaggi pubblici non possono lasciarsi andare a commenti così pesanti. Siamo in uno stato di diritto nel quale a ogni delitto corrisponde una pena detentiva, non vedo perché si debba ricorrere a questo demagogismo da strapazzo.
Era il 1764 quando Cesare Beccaria scrisse Dei delitti e delle pene. In questo importantissimo trattato, che non si può non studiare a scuola durante l'ora di storia, Beccaria si domandò “qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili”. La pena di morte non è un diritto ma sarebbe solamente “una guerra della nazione con un cittadino”. In più lo scrittore spiegò che “la certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell'impunità”, cioè è meglio una pena certa, che un pena molto dura. Ma questo – purtroppo - non è il caso dell'Italia che, grazie alle leggi promulgate dagli ultimi governi di destra e di sinistra, gode di processi molto lenti e spesso inconcludenti (vedi alla voce prescrizione breve per salvare B.).
Altro problema è il come è stata data la notizia. L'Eco di Bergamo – che parla sempre e solo di morti e Atalanta – è settimane che dedica il titolo di prima pagina a Yara. Non c'è santo che tenga: l'altro ieri il giubbetto, ieri l'unghia, oggi il tizio che aveva sentito urlare, domani la resurrezione.
Ogni cosa, anche la più insignificante, è buona per mettere carne al fuoco. Carne che però interessa molto ai bergamaschi che quasi si sentono padri e madri di Yara (titolo dell'Eco il giorno dopo il ritrovamento del cadavere): furbo il principale giornale bergamasco che così vende di più.
Ma il peggiore, a ben vedere, è il Corriere della Sera che il 28 febbraio intitola: “Yara ha cercato di difendersi”. Avete capito bene: il più importante quotidiano nazionale dedica un titolo del genere al fatto di Brembate Sopra (ricordiamoci che nel nord Africa ci son le rivoluzioni, 'na cosuccia).
E poi c'è Libero che affida un articolo su Yara a nientepopodimeno che Renato Farina. Lo stesso che ha ammesso di aver collaborato, quando era vicedirettore di Libero, con i Servizi segreti italiani, fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di denaro. Per questo episodio è stato radiato dall'Ordine dei Giornalisti. In più è stato condannato per favoreggiamento per il caso Abu Omar. L'uomo giusto al posto e al momento giusto. Infine, non poteva mancare Federica Pellegrini che spera “in una pena esemplare” (e tutti dietro a annuire e condividere).
Ecco: ogni giorno in giro per il mondo (tipo Afghanistan, dove siamo in “missione di pace”) muoiono bambini come Yara grazie alle armi e ai militari italiani. Ma qua da noi, in Padania, si ricorda solo Yara. E se fosse stata marocchina?