venerdì 20 maggio 2011

BOMBE ATOMICHE

L'articolo è stato pubblicato sul numero di maggio di Intervallo.

Il 24 febbraio 2009 Italia e Francia hanno firmato un patto che prevede la cooperazione tra i due Paesi sulla produzione di energia con l'atomo e apre la strada alla costruzione in Italia di quattro centrali di terza generazione. E dal quel giorno è iniziata una disputa ideologica tra pro atomo e contra atomo. Coloro che sono per l'energia nucleare portano a vantaggio della loro tesi questi argomenti: l'energia derivante dall'atomo è illimitata, sicura, pulita e costa poco. Ma è vero?
ILLIMITATA. Una centrale nucleare – ce lo spiegano Zabot e Monguzzi nel libro Illusione nucleare (Melampo Editore) - serve per produrre energia elettrica. Lo fa facendo girare una turbina che è azionata dal vapore prodotto dal riscaldamento di acqua. Questa può essere riscaldata con vari combustibili: uranio arricchito, carbone, gasolio gas, legna, biomasse. Nel nostro caso usiamo l'uranio arricchito. Questo elemento è presente nella crosta terrestre, come il petrolio, e non essendo rinnovabile prima o poi finirà. Infatti con le centrali attualmente in funzione le riserve sono state stimate tra i trentacinque e i settant'anni, quindi mediamente cinquanta anni. Senza contare il fatto che la Cina ha intenzione di costruire nei prossimi anni ben cento reattori. Inoltre già adesso l'uranio estratto dalle miniere attuali non è sufficiente a coprire la domanda e si ricorre alle scorie nucleari accumulate durante la guerra fredda negli armamenti. Con l'aumento della domanda il prezzo dell'uranio salirà alle stelle e si andrà a cercarlo anche in giacimenti marginali come quello che abbiamo in Val Seriana. Non bisogna dimenticare che l'uranio è più scarso del petrolio, e in base alla legge della domanda e dell'offerta sarà molto più lucrativo del petrolio e potrà far guadagnare un sacco di soldi a chi investirà in questa risorsa. Basti pensare che dal 2004 al 2008 i prezzi dell'uranio sono aumentati dell'850%.
URANIO. L'uranio è un minerale che per essere utilizzato nei reattori deve essere prima estratto dalle miniere e poi arricchito. Il trattamento dopo l'estrazione è lungo e laborioso e necessita di grandi quantità di acido solforico, ammoniaca, acido nitrico, cloruro di bario, oltre che di ingenti quantità di acqua (La Olympic Dam, Australia, per produrre 4 mila tonnellate all'anno di uranio consuma 30 milioni di litri di acqua al giorno). Alla fine si ottiene lo yellowcake (i maggiori produttori, nel 2007, sono stati Canada, Australia e Kazakhstan). Poi l'uranio deve essere arricchito, cioè bisogna aumentare la concentrazione dell'isotopo fissile dell'uranio 235. Perchè? l'uranio naturale è composto da tre isotopi: 234U, 235U, 238U. Quest'ultimo è il più abbondante (99,3%) mentre quello che serve a noi (235U) è fermo allo 0,7%. Per poter far funzionare un reattore la concentrazione dell'isotopo 235U deve passare dallo 0,7% al 3,5% per i reattori ad acqua bollente (Bwr) o pressurizzata (Pwr), mentre al 5% per quelli di terza generazione (come quelli che si dovrebbero costruire in Italia). Questo processo di arricchimento produce anche uranio impoverito (cioè quando il valore di 235U è allo 0,2%) che è dannoso per l'uomo, e quindi deve essere stoccato (cioè sigillato) e questo processo costa molto.
PULITA. Tutti questi processi inquinano l'ambiente (immaginate solo le enormi quantità di spazio che servono per una miniera), e producono CO2. Infatti i macchinari per l'estrazione e l'arricchimento consumano parecchio combustibile fossile e quindi emettono anidride carbonica. Un docente e un fisico nucleare olandese (Van Leeuwen e Smith) hanno calcolato che il consumo di energia fossile per questi processi di fabbricazione è così grande che la quantità di CO2 emessa è paragonabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato (cioè quando il vapore fa ruotare la turbina) a gas naturale. Secondo il fisico Spreng per ogni 1000 kWh di energia elettrica prodotta occorre consumare 250 kWh di idrocarburi, con le relative emissioni inquinanti.
COSTI. Un grosso problema del nucleare sono i costi. Infatti non vi è una società privata che investa nell'atomo senza prima essere sicura di avere un'ampia copertura finanziaria sia dalle banche che dai governi (cioè soldi nostri). I costi si possono suddividere in costi per realizzare la centrale, per mantenerla efficiente, per produrre energia elettrica e per il combustibile. A sua volta vanno suddivisi in costi fissi e costi variabili. I primi comprendono il costo per la costruzione dell'impianto vero e proprio, il costo degli interessi del prestito che le banche hanno fatto, il costo dell'affidabilità dell'impianto, i costi dell'assicurazione per responsabilità civile verso terzi. Non dimentichiamoci i costi per lo smantellamento finale dell'impianto e quelli per confinare le scorie radioattive. I costi variabili, invece, comprendono la manutenzione e l'approvvigionamento del combustibile. Secondo la Fpl company (compagni elettrica che dà energia alla Florida e dintorni) il costo di un impianto di due unità è di 13 o 14 miliardi di dollari. Anche lo smantellamento di un impianto, che di norma deve andare avanti per circa centoventi anni, costa molto: nel 2007 è stato calcolato intorno ai 104 miliardi di euro. Ma per il quinquennio 2008-2013 è previsto un aumento del 24% rispetto al 2006.
SCORIE. Abbiamo già accennato dell'uranio impoverito, ma non dobbiamo dimenticarci dell'uranio usato nei reattori, della sistemazione delle miniere non più produttive e della riqualificazione delle aree dove sorgono le centrali stesse. Ognuno di questi processi comprende un certo numero di attività industriali. Quindi consumo di elettricità, combustibili fossili, acqua, sostanze chimiche, ed emissione di CO2 per la gioia dell'effetto serra. Non bisogna dimenticare che il combustibile nel reattore non si può togliere appena la centrale finisce di funzionare perché si deve raffreddare (ci mette circa 10-15 anni) e quindi servono altre quantità ingenti di acqua. Altra cosa di rilievo è che non esistono siti sicuri sulla terra per sigillare le scorie (cioè non c'è un posto in cui non ci sia acqua, che può diventare radioattiva a contatto con il materiale).
Il costo per lo smantellamento dei reattori e delle scorie delle centrali italiane è stato ipotizzato in 4,5 miliardi di euro, peraltro solo parzialmente stanziati.
I punti critici e soprattuto le incognite sono troppe per puntare su un futuro nucleare. A meno che si costruiscano reattori di IV generazione. Ma se non riusciamo a risolvere il problema rifiuti, dove vogliamo andare?