giovedì 3 novembre 2011

A scuola il fine giustifica i mezzi?

Articolo pubblicato sul numero di novembre di Intervallo e prima puntata della rubrica Il Polemico su Bergamonews.

“Ehi ciao, come ti è andata la verifica?”, “Sciallo, avevo i bigliettini. A te?”, “Io un po' male perché sapevo fare il problema ma non mi ricordavo una formula e quindi non sono riuscito a finirlo”, “Perché non ti sei scritto le formule da qualche parte?”. Quante volte vi è capitato di ritrovarvi in un discorso del genere?
A me sempre, alla fine di ogni verifica. Ovviamente dalla parte dello “sfigato” senza bigliettini. Perché la scuola funziona così: se sei bravo e studi puoi stare tranquillo che i professori parleranno sempre bene di te, mentre se vacilli un po' (cioè non studi) devi scegliere: o fai l'onesto e rischi che ti vada male la verifica o, altrimenti, ti scrivi quello che avresti dovuto studiare su un foglietto e non avrai problemi. Certo, bisogna stare attenti ai professori: se ti beccano sono cavoli. Ma – purtroppo – ci sono professori che troppo spesso chiudono un'occhio e fanno finta di nulla quando i propri studenti copiano dal compagno di banco o sbirciano nell'astuccio in cerca di sappiamo-bene-cosa. Perché lasciano fare questo? Dai professori ho ricevuto risposte diverse: c'è chi sostiene che tutti siamo stati studenti e c'è chi dice che non è una formula su un bigliettino che fa la differenza. Potrebbero anche avere ragione. Però allora dovremmo dire che la scuola non educa e non impara a far rispettare né le regole né i propri compagni di classe (quelli che non fanno i furbi). Cioè, alla fine, fa solo diventare più furbi. Cosa importa se è giusto o no copiare, l'obiettivo finale è la sufficienza e questa deve essere raggiunta con ogni mezzo disponibile. Durante il mese di maggio un gruppo di professori e presidi ha pubblicato un appello contro i professori che chiudono un occhio e che forniscono ai propri allievi traduzioni o soluzioni durante lo svolgimento delle prove d'esame. Eccolo:
Fra poco si svolgeranno gli esami di Stato conclusivi del primo e del secondo ciclo di studi. Negli ultimi anni i mezzi di informazione hanno riferito di numerosi casi in cui non è stato assicurato il loro corretto svolgimento. Questo danneggia fortemente la credibilità della scuola italiana e l’immagine degli insegnanti e dei dirigenti. Non c’è dubbio che la maggioranza dei colleghi agisca in modo inappuntabile e faccia il possibile per garantire la regolarità degli esami. Siamo però consapevoli che un malinteso atteggiamento di “comprensione” nei confronti degli studenti e la diffusa tendenza a considerare inutilmente fiscale la fermezza nel far rispettare le regole (e in alcune situazioni anche pressioni esterne) possono spingere a “chiudere un occhio” se qualcuno copia, a giustificare o a tollerare indebiti aiuti e persino comportamenti gravemente scorretti, come fornire ai propri allievi traduzioni e soluzioni. Va invece ribadito che certi atteggiamenti non sono affatto un modo di “fare il bene dei ragazzi” e che anzi feriscono la giustizia e il merito. Una scuola, infatti, in cui venga in qualche modo compromessa la regolarità degli esami, abitua gli studenti alla scorrettezza, commette un’ingiustizia verso chi conta solo sulle sue forze e infine svaluta il senso dell’esame come momento importante di verifica delle capacità degli allievi. Viceversa, l’esempio di comportamenti coerenti con i valori che si insegnano costituisce per i giovani la più efficace educazione alla legalità. Noi pensiamo che il ruolo e l’immagine dell’istruzione pubblica si difendano certamente reclamando nuove leggi e finanziamenti più adeguati, ma anche facendo nel modo migliore la propria parte e assumendosi fino in fondo le proprie responsabilità.