giovedì 1 dicembre 2011

Il voto di un giovane deve valere di più di quello di un anziano?

Terza puntata della rubrica Il Polemico su Bergamonews.

Perché il voto di un giovane, che ha davanti a sé ancora cinquant'anni di vita, deve valere come quello in un anziano, che vivrà ancora per due lustri?
È questa la domanda a cui si è cercato di rispondere in due diversi articoli pubblicati nelle ultime settimane.
Il primo è “Il mio voto deve contare più del tuo” a firma di Federico Fubini e Danilo Taino, apparso su La Lettura del tredici novembre, inserto domenicale del Corriere della Sera; l'altro è “Voto giovane, voto da ponderare” di Paolo Balduzzi e Alessandro Rosina pubblicato ieri su Lavoce.info.
Il ragionamento è molto semplice: la popolazione anziana è tendenzialmente più interessata alle condizioni immediate che a investire sul futuro; i giovani, invece, pensano al proprio futuro perché lo devono ancora vivere. Il problema è che la maggioranza della popolazione, soprattutto in Italia, è composta da vecchi: in questo modo si crea un disequilibrio perché la “maggioranza anziana” vota per quei politici che vogliono mantenere lo status quo e i giovani vengono penalizzati.
Come fare, allora, per annullare questo disequilibrio?
Le proposte sono tre:
1) Lavoce.info avanza “l’idea di attribuire a ogni elettore (a partire dai diciotto anni ma anche a partire da età inferiori) un voto il cui peso dipenda dall’aspettativa di vita”. I due giornalisti analizzano un grafico (“a ponderazione su una trasformata dell’aspettativa di vita residua corrispondente a ciascuna età a partire dai dati più recenti pubblicati dall’Istat, riferiti al 2008”) basandosi sul fatto che “un ventenne ha mediamente davanti altri cinquantanove anni (le scelte sbagliate di oggi possono quindi compromettere un’intera vita), mentre un settantacinquenne poco più di dieci anni (preferirà quindi massimizzare sul presente che investire sul domani).

Il grafico [fonte]

Quindi, per essere alla pari, posto il voto di un 65enne pari a 1, quello di un un ventenne dovrebbe valere 1,42 mentre quello di un ottantenne 0,82.

 2) Anche per i giornalisti de La Lettura si dovrebbe aumentare il valore del voto dei giovani con un calcolo simile a quello visto in precedenza. Se noi dessimo valore 1,2 agli under 25 e 1,1 agli under 30 si riequilibrerebbe la percentuale di votanti sopra e sotto i quarant'anni.

3) Altro modo ancora è quello di aumentare di qualche decimo, in base al numero dei figli, il voto dei genitori. L'esempio portato è quello del Giappone, dove si è calcolato che, in questo modo, il blocco genitori-figli salirebbe al 37 per cento mentre il peso di chi ha superato i 55 anni scenderebbe al 35. 
Certo, sostengono Balduzzi e Rosina, il vero limite della proposta è forse il fatto che è troppo rivoluzionaria rispetto al sistema attuale di “una testa, un voto”. Ed è per questo che esistono proposte meno drastiche che si potrebbero attuare: eliminare i vincoli anagrafici per accedere al Senato (ora è eleggibile solo chi ha compiuto quarant'anni) o allargare i confini dell’elettorato attivo, cioè dare la possibilità di voto a chi ha meno di diciott'anni.
Nel dibattito politico non si è mai affrontato questo tipo di tematica, tocca a noi giovani portare avanti queste istanze perché i politici sessantenni non pensano neanche a quello che succederà fra due anni, figurarsi fra trenta.